"Flexy-security ": la strategia giusta per riformare il lavoro

Pubblicato il da Psi torino

La riforma del lavoro sembrava prendere la piega giusta e poi … pare che si sia fermata a metà. Certo non è tutta da buttare e personalmente apprezzo le misure che sono state prese per lottare contro il precariato e tutelare meglio chi ad oggi non beneficia di nessuna protezione. Però mi meraviglio che questa riforma sia stata pilotata solo dalla Fornero, mentre secondo me anche Provera e Profumo avrebbero dovuto partecipare: infatti, una vera riforma del lavoro non può essere completa ed efficace senza anche una riforma della formazione durante la vita lavorativa, delle modalità di ricerca del lavoro, della tassazione delle imprese. Personalmente sarei anche d’accordo a cambiare l’articolo 18, che è rigidissimo, però non senza un adattamento decente degli ammortizzatori sociali alla nuova flessibilità e non senza misure per la crescita, la formazione e la modernizzazione della ricerca del lavoro. Riformare il lavoro non significa soltanto riformare il modo di licenziare! Si deve riformare tutto il ciclo lavorativo: favorire le creazione di imprese – l’occupazione – la ricerca del lavoro – la formazione -- la tutela dei disoccupati – la fiscalità dei lavoratori e delle imprese: creare un sistema flessibile per le imprese, sicuro per i lavoratori e dinamico per il Paese! Quindi nella riforma mancano, secondo me: 1) Un potenziamento e una modernizzazione dei servizi all'impiego, dei mezzi per aiutare la gente a trovare lavoro che prendano il posto del “fai da te“ che c’è oggi in Italia, che favorisce soltanto le cooptazioni e le raccomandazioni. Questo miglioramento potrebbe effettuarsi creando una vera rete tra imprese/università/servizi per l’impiego e moltiplicando i saloni imprese-università (come si fa all'estero). 2) Una vera riforma della formazione (sempre con una stretta collaborazione imprese/università/servizi per l’impiego) per permettere a tutti, compreso chi non ha lavoro, di adattarsi alle nuove esigenze del mondo lavorativo: viviamo infatti in un mondo dove si chiederà sempre di più ai lavoratori un aggiornamento della loro formazione. 3) Per lottare contro il precariato è indispensabile fissare lo stipendio minimo (la Fornero sembrava essere di questo parere, però …). 4) La troppa varietà di motivi di licenziamento (economico, discriminativo ecc.) rischia di dare origine ad una marea di ricorsi – i tribunali non ce la faranno mai. 5) Sono necessari degli ammortizzatori decenti: gli ammortizzatori attualmente previsti sono ridicoli (al massimo 1100 euro lordi per chi perde il lavoro - ma scherziamo? Gli ammortizzatori devono corrispondere a una percentuale dello stipendio!). Si crea inoltre il rischio di spingere la gente a risparmiare e a ridurre quindi ancora di più il consumo interno (anche se, storicamente, esso non è mai stato il motore della crescita, in Italia). Gli ammortizzatori dovrebbero essere condizionati alla partecipazione del disoccupato a corsi di formazione e all'iscrizione regolare ai servizi per l’impiego, e dovrebbero venire sospesi se il disoccupato rifiuta tre offerte corrispondenti ad almeno l'80% del suo stipendio precedente. 6) È vero che un lavoratore in Italia costa molto all'impresa (anche se il suo stipendio è basso): è perciò necessario un trasferimento delle tasse “dal lavoro” verso le rendite, i patrimoni, le eredità. 7) Ci vogliono poi misure a favore dei disoccupati, tipo trasporti gratuiti in città e a prezzi ridotti sui treni. 8) Incentivi per l’impiego dei giovani o dei “senior”: la riforma dell'età pensionabile ha senso soltanto se ci sono misure per favorire l’occupazione degli “Over-55”! Perché non cercare di creare un “contratto generazionale”: p.es., incentivi fiscali per le imprese che conservano un “senior” che possa trasferire il suo “know-how” a un giovane? 9) Incentivi per favorire la creazione di un numero maggiore di imprese (meno tasse per le imprese giovani, di meno di 3 anni d’età, per esempio). 10) Sostegno all’economia del futuro: miglioramento del sistema di trasmissione dell'innovazione verso le P.M.I. e concentrazione dei fondi pubblici verso l’industria della conoscenza. Creazione di poli di alta tecnologia e di reti tra le imprese locali (al fine di ottimizzare i problemi logistici, p.es.). 11) Migliorare l’efficienza della gestione dei progetti pubblici dando degli obiettivi chiari e precisi ai responsabili (per lottare contro lo spreco e la corruzione) e fare un vero “audit” del servizio pubblico per ridistribuire le risorse dove servono (non può più essere ammissibile che lo stesso servizio, in un ospedale per esempio, costi 4 volte di più di quello offerto da un altro ospedale). Con questi provvedimenti ci si potrebbe permettere di riformare l’Art.18 senza creare troppe ansie ai lavoratori e di avere un mercato del lavoro più flessibile ma anche più dinamico e più sicuro. Queste riforme non andrebbero fatte una dopo l’altra, con un anno di intervallo di mezzo, ma tutte insieme ed in collaborazione tra i ministri del “welfare”, dell'economia e dell'istruzione. La flessibilità in uscita, infatti, ha senso soltanto se si sviluppa anche una politica che favorisca l’occupazione e la crescita. Infine vorrei ricordare che la parola 'flessi-sicurezza' include la flessibilità ma anche la sicurezza!

(René-emmanuel Boukhechem – membro del PS francese)

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